Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare di Martin Scorsese, forse addirittura più di lui e delle sue dichiarazioni che del suo ultimo film, The Irishman. Ma visto che delle polemiche sull’universo MCU ora non me ne voglio interessare vi dico la mia proprio su questo ultimo film .
Martin decide di mettersi dietro la presa e girare un film tornando nel suo habitat naturale, per farlo decide che ha bisogno\ voglia di riunire attorno a un tavolo alcuni degli attori con cui ha diviso pezzi di strada e di storia del cinema ( tranne Al Pacino, che in qualche modo gli era sempre scappato), da questo parte The Irishman, da una sorta di << Eravamo 4 amici al bar>> in chiave cinematografica.

Il film è la storia – vera – di una vita,un resoconto fatto pensando al passato, un viaggio all’indietro ripercorrendo tutta la violenza che ha accompagnato la storia del protagonista. Una strada lastricata di personaggi storici “Famosi”,molti dei quali destinati per un motivo o per un altro a fare una brutta fine. Alcuni di questi finali li vedremo in prima persona, mentre per altri la mente geniale di Scorsese decide di renderci partecipi tramite qualche info in sovrimpressione, come una data di scadenza .
The Irishman è allo stesso tempo la storia di Frank Sheeran e la storia degli USA, della loro mafia – vista dalla manovalanza. Assistiamo a momenti chiave della storia degli USA come la morte di Kennedy, la caduta di Jimmy Hoffa e la baia dei porci, fino ad arrivare al momento in cui il film ha inizio, cioè alla fine di tutto, un cerchio che si chiude perfettamente.

Scorsese e la sua crew realizzano una pellicola completa, c’è tutto al suo interno, ci sono momenti tristi, momenti di comicità, scene dirette alla perfezione e attori di serie A che mostrano come si recita in una sorta di Overacting perenne.
Il film ha una durata importante, ma fondamentale per costruire e mostrare tutto quello che serve a The Irishman, a farci vedere la vita di Frank e riuscire in qualche modo a farci appassionare a personaggi a cui non dovremmo mai affezionarci. tutto si conclude in maniera semplice, una porta socchiusa che dice tutto senza mostrare niente, l’ennesima chicca di un film che qualche tempo fa avremmo definito troppo grande per Netflix, ma che ora cementa un nuovo modo di fare film.

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